Patrizio Zona e la nostalgia del Futurismo

 

 

Forme totemiche, nostalgie di un arcaismo strutturale che è materia piena,gravità che si avverte,trattenuta al suolo, blocchi solidi, compatti oppure forme che arrancano, come onde verso l’alto, impilando strutture,piani, in un assemblaggio per sovrapposizione, per aggregazione, con un solido senso del costruire, dell’aggredire, in modo compatto e deciso, con punte, unghie, falci, semilune, il cielo.

Si avverte come un’iniziare, come un momento aurorale: dalla forma geometrica, che utilizza un processo di complicazione, una segreta ed intima metamorfosi , per cui mentre il blocco pesa sul terreno, squadrato, definito,piede di una solida ideazione intellettuale, di un sapere matematico, che rifiuta qualsiasi rapporto con la natura, che denuncia l’essere progetto, invenzione umana, calcolo e astrazione, la scultura, salendo verso l’alto, si muove, si articola, si spezzetta, frammenta e frantuma, non rinunciando ad una sua geometricità di fondo, che persiste e si complica, ma che diventa apertura, costruzione in equilibrio sempre più precario.

C’è come il senso di una spezzarsi di un corpo monolitico attraverso una visione da caleidoscopio, attraverso una distorsione interna, ma anche visiva che viene lentamente proponendo un divenire. Movimento ,in realtà , da ere geologiche, tutto interno , tutto risolto in un allusione di tensione, di distorsione , di mutamento di natura interna alla materia più che non in una dinamica di piani reale che suggerisca il senso di uno sbocciare, un accenno allo schiudersi, al germogliare di un fiore di pietra, di marmo, di metallo, comunque un liberarsi della materia, che talora ricade in forme geometriche che la catturano e la trasformano in allusione a figura, le danno comunque un’anima, in alcuni casi la umanizzano, anche se rimane sempre il senso di manichini , di silhouette, di automi, di qualcosa di artificiale, di meccanico, di relitti di antiche civiltà di umanoidi, scomposti, spezzati, distorti in un equilibrio talora precario, talora non ancora messo alla prova.

Il contrasto tra la solidità della base, questo aggregarsi, questo arrampicarsi di materia non omogenea, infatti , genera in alcune opere, la sensazione che sia iniziata una corrosione che porterà a sfaldarsi, a far crollare questa catasta disorganica. In altre il senso è quello dell’ascendere, quello del costruire una salita verso l’alto, verso una cima dalla quale un elemento si spicca, una vela prende il volo, con fatica, ma anche con un inizio di libertà.

In questo senso una delle sculture più emblematiche, sin dal titolo, è “Totem del volo mai libero”, nella quale il monolito bronzeo ha già poco sopra la base intaccata la sua stabilità, ma si è in qualche modo risaldato con rozza compattezza da tronco senza corteccia, che , in ascensione , di nuovo si schiude per far emergere una serie di sassose ma levigate forme geometriche che salgono verso una specie di ventola che in cima cerca di sfuggire a questa massa inerte, ma inesorabile.

In alcune sculture il segno è ancora tutto superficiale, tutto esterno, graffito, e graffiato come se emergesse in superfice, sempre pronto a prendere corpo, a manifestare la sua natura meccanica, la sua inerzia. Ed è una specie di opposizione al dinamismo futurista, al quale indubbiamente queste sculture si richiamano con tale evidente immediatezza, da essere esplicito in opere come “Omaggio al Futurismo”.

Del Futurismo caso mai c’è il senso dell’assemblaggio, del sotteso mito della macchina, della esaltazione della tecnologia, anche se in Zona non può più esserci la stessa ottimistica fiducia in un progresso tutto tecnologico, per cui non  manca il senso del gioco, evidente in certe invenzioni , che fanno emergere l’anima fanciulla dello scultore e che richiamano immediatamente Depero , ma con lieve ironia, quasi filosofica, nella migliore tradizione napoletana, emerge anche in molte altre opere.

 

 

 Parma settembre 2001                                                                        Marzio Dall’Acqua