Patrizio Zona

 

Patrizio Zona è scultore di felice creatività, che accompagna ad una notevole conoscenza tecnica dei materiali con cui realizza le sue forme astratte, un senso di laica solennità. Significativa per tentare una prima valutazione stilistica di questi lavori, è la sua scultura in pietra di Lecce di due metri e mezzo, esposta due anni fa al Simposio di scultura di Termoli, che si presenta col titolo di “Omaggio al Futurismo”. Questo potrebbe essere il segno di un debito culturale nei confronti di quella modalità espressiva. Tuttavia Zona non sembra – e soprattutto in quell’opera così specificatamente connotata – condividerne la filosofia, in quanto la sua ricerca , pur coinvolta in una spazialità che si delinea lungo traiettorie dinamiche molto prossime al Futurismo, tende a rinserrare le linee di fuga in una dimensione volutamente definita. Le sue strutture plastiche si impongono soprattutto per la loro imperiosa presenza nello spazio. In questo senso l’appellativo di totem, che spesso l’artista attribuisce come titolo ad alcune delle sue opere, non è una forzatura concettuale, bensì il segno di una titolarità funzionale e simbolica. La tensione verso l’alto di queste forme comporta importanti accensioni figurali che si aprono a una riconoscibilità allusiva, anche se non esplicitamente narrativa.

Come per una scommessa giocata sull’equilibrio, svetta talvolta un aquilone, un tratto alato, comunque suggestioni poetiche di volo e di leggerezza. Le forme totemiche in bronzo non evocano terrori arcaici incombenti, ma solo il benefico e laico esorcismo della materia plasmata, che si trasforma in un linguaggio vitalistico e sovversivo, dove l’intelligenza creativa sa sfruttare tutte le potenzialità insite sotto la pelle stessa del metallo. I bronzi giocano qui i loro preziosi cromatismi, sottolineati da nichelature piene di luce, salvo poi rinchiudersi nuovamente, via via che la composizione scorre verso l’alto, in volute scure e in equilibri instabili. Queste contorsioni figurali evocano la corposità di una metamorfosi misteriosa, o di un innesto fra specie minerali arborescenti dense di linfa, che si radicano nel suolo e si innalzano come per un naturale processo di crescita. Sicuramente libero dai dogmi dell’informale, spesso ancora l’artista costruisce col bronzo o con il marmo superfici parzialmente ruvide su cui si immettono sezioni arcuate ed appuntite armoniosamente suadenti e persino morbide. In altri casi emergono forme circolari in parte scabre, da cui sbocciano tasselli limpidamente specchianti aperti alla luce esaltante del sole. Infine alcune forme ricavate dal marmo, come inquietanti memorie di miti e riti arcaici, si chiudono in una finitezza che non esclude la riconoscibilità di un volto, di un occhio, di un’onda di capelli , di un capitello antico. Qui sulla pietra l’artista opera di sbozzo, secondo la grande tradizione e con la stessa energia dei grandi maestri della nostra storia dell’arte plastica.

Gli spacchi e le lacerazioni non consentono drammatizzazioni incontrollate, ma solo giochi di luce fra le diverse densità dell’intervento manuale. In ogni caso si tratta di lavori densi di messaggi emblematici, che certamente mirano allo svelamento o a un riconoscimento per empatia. Qui non troviamo astruse sperimentazioni visive, ma soluzioni segniche argomentate dalla forza di un tensione interiore. La consistenza spesso monumentale di tutte queste forme, soprattutto  quelle circolari o sferiche, non si abbassa certo alla formulazione retorica di assunti commemorativi, ma piuttosto alla celebrazione dello spazio e della libertà.

 

Vittorio Sgarbi