Totem di libertà

 

O del sogno della partenza. Le opere di Patrizio Zona sono un continuo insistito invito al distacco, al migrare, sono inquieto sfogliarsi e sfagliarsi di brandelli d’esistenza, che proprio nello spiccare il volo, nel predisporsi a lasciarsi cullare dal vento, che è tragitto, veicolo casuale, acquistano concavità appuntite d’ali. E’ un processo di aggregazione, di accumulo: un ascendere verso l’alto, per piani sovrapposti, partendo da un albero artificiale , un palo che è un segnale, termine, colonna a marcare un confine, connotare un sepolcro d’eroe eponimo, uno spazio ritagliato e sacro per un rito.

Non si può non pensare alla base di queste forme che ascendono che s’innalzano e non partire da questo spuntare dalla terra, da questo issarsi artificiale, svettante verso il cielo, unendo così il mondo infero, il regno nascosto, con l’aria, la luce, lo spazio, collegando la superficie immutabile del suolo , poco variata e poco mutevole, con ciò che c’è di più cangiante, con il sole, le stelle, un cosmo che si dilata all’infinito e rimanda ad esistenze altre, atmosfere che si trasformano continuamente. Steli come cuneo che unisce mondi altrimenti separati, perno di una sintesi che fonda un centro del cosmo, invito a culti dimessi ed ora affatto privati, simbolo di una trasformazione che è metamorfosi di sostanza, un trascorrere da uno stato materico all’altro.

Queste sculture sono totem , prima di tutto , sono l’anima della boscaglia dell’iniziato. Il totem è la visione individuale, personale , che segna il passaggio della seconda collina, cioè dell’adolescenza. E un protettore ed una guida , la cui apparizione annuncia il viaggio, la necessità di mettersi sulla strada, di iniziare un percorso. Come sosteneva Carl Gustav Jung attraverso questi riti di iniziazione il giovine veniva acquisendo la propria anima animale e nello stesso tempo sacrificava il suo essere animale nelle prove di passaggio da un’età all’altra, quali la circoncisione. Come per questi antichi riti, per Zona erigere i suoi personali totem con ossessione, con ripetuto accanimento, pur nella variazione, pur nell’inquieto ricercare di una forma definitiva che sempre si concretizza e sempre sfugge, per cui bisogna ricominciare da capo, è un atto di costruzione, una mappa concreta e svettante del mondo,nel quale designa e modella ciò che viene scoprendo, di se stesso prima che degli altri. E’ dar corpo alla visione ed insieme è celebrazione di un rito,rievocazione di un mito,operazione taumaturgica antica ed attuale,nello stesso tempo. E’ un proiettare da sé con l’oggettività della materia, che sembra estraniare il pensiero, bloccarlo, congelare il desiderio.

Operazioni tutte che richiedono un linguaggio da iniziati, criptico, che propone trasposizioni di significati ambigui perché ingannevoli, ambigui perché di fatto rimandano a soluzioni opposte, a riflessioni antitetiche.

L’albero di Zona è artificiale, ma è evidente che il suo corpo – il suo fusto ? – viene scarnificato, viene denudato, viene aperto. Certe parti, poste alla base di questo elevarsi ripido e contorto, ricordano la corteccia di alberi venati e graffiati, ricordano cera fusa, che è venuta colando su se stessa, intonaco corroso dal tempo, evocazioni tutte di qualcosa di innato, comunque, di antico supersite ad aggressioni esterne a logoramento di venti, di acque, di forze altrettanto naturali ed indifferenti. Questo involucro, salendo, si rompe e mostra forme geometriche che si stanno evolvendo, crescono e si gonfiano come frutti, sono l’anima al di sotto della scorza, sono effigi che denunciano il loro carattere artificiale, una loro perfezione al di fuori del tempo, che negano la fisicità della base per esaltare concrezioni assolute nella loro intatta e incontaminata perfezione, quasi ibridi con essenze non terrestri : seme ma anche prodotto eterno o di civiltà meccaniche extraterrestri. Talora immagini aggiunte, incastrate volutamente, icone di culti misterici, che allora ricordano le “orazioni nel bosco” austriache, appunto le icone fissate sui tronchi degli alberi, relitti di antichi riti e culti. Comunque una metamorfosi, un mutar di stato, uno svelare ed occultare insieme.

Potrebbero esse prodotti amari come quelli dell’islamico albero dello Zaqqum, delle cui foglie e frutti si nutrono gli empi condannati dal giudizio finale, che “ si gonfiano però : nel loro ventre come se fossero metallo fuso “.

E il mistero di questi frutti richiama inevitabilmente l’allegoria dell’albero della conoscenza, la cacciata da un paradiso, che non si riesce ad immaginare, ma del quale si ha sempre nostalgia.

E si arriva ad una sommità che è volo,battere d’ali, aquiloni che si distendono, forme convulse che si animano, che cercano di aprirsi, dilatarsi, di stendersi per recuperare un’istintiva disponibilità al volo, crisalide che esce dal bozzolo, forma sorgiva nella sua ultima trasformazione, che si appresta alla partenza, ad un distacco definitivo , materia che acquista anima. L’albero avrà dato il suo vero frutto, avrà davvero restituito in un rapporto sessuale tra cielo e terra la vita ad una o più nuove esistenze, avrà aggiunto una forma in più al mondo animato. E l’albero come in molte culture simboliche, per Zona , è nello stesso tempo maschile e femminile, fonde i due sessi e per questo partorisce esseri.

Queste forme, in cima , sono però anche radici o bulbi, gonfi come cipolle, misteriosi come vasi di Pandora. Ricordano l’albero rovesciato dei testi vedici, con le radici che si sostituiscono ai rami e traggono forza ed alimento dalla luce, dal cielo. L’albero rovesciato è un ideogramma che rappresenta il cosmo : Secondo una tradizione sabea Platone avrebbe affermato che l’uomo è una pianta rovesciata le cui radici si stendono verso il cielo e i rami verso la terra. Idea confluita nell’esoterismo cabalistico e islamico : “ L’Albero della Vita si estende dall’alto in basso e il sole lo illumina interamente” ( Zohar ). Questo albero potrebbe ancora una volta essere elemento di comunicazione dall’alto in basso e viceversa, congiungendo i due sensi e quanto essi rappresentano, segno della coesistenza, nell’archetipo dell’albero, dello schema della reciprocità ciclica.

Guenon lo legga così : l’albero si innalza al di sopra del piano di riflessione che limita il dominio cosmico rovesciato al di sotto, supera il limite del manifesto per penetrare nel riflesso ed introdurvi il livello dell’ispirazione.

Alberi , dunque , come colonne, steli e torri , sul cui fusto, sul cui corpo Zona viene raccontando una storia complessa di una liberazione tentata, forse possibile, comunque interrotta, sospesa. In cima cercano di prendere corpo gli uccelli che sono lo stato superiore dell’essere in ogni dottrina, lo spirito liberato dalla carne, i pensieri elevati. Non qui, non nelle opere di Zona, dove troviamo un volo che è desiderio, istinto ed impulso,ma ancora trattenuto, ancora impedito, per cui l’elemento che dovrebbe vivere di vita autonoma rimane ancorato alla propria base , al proprio nucleo, giustificandolo.

Anche l’autonomo librarsi di uccelli in “ Grande volo su elementi modulari”, forse una delle forme più libere di Zona, in realtà risulta ancora più prigioniero, ancor più bloccato proprio dal carattere di stele, chiusa e definita, che circoscrive , qui senza riferimenti naturali , una raffigurazione, una scrittura di forme, geroglifici di un messaggio che diventa arcaico, proiettato in un passato mitico. Omaggio alla storia e alla sua impossibilità di travasarsi nel presente.

Questo senso della storia, che viene riassorbita, quasi, in una colonna spezzata, corrosa dal tempo, che inghiotte oggetti e ricordi, partendo onnivora da una cornice, da un quadro che sta cancellando alla sua base, ritorna in “Ciao Augusto “, dove, forse una rondine, che tenta di uscire da questa trappola della memoria, riuscirà a liberarsi e a prendere il volo. Oppure tutto questo è il cippo sospeso  e trattenuto in una commozione agghiacciata, il relitto di un ricordo  che fatica a sorgere nella pienezza del tempo trascorso, frammenti disparati e amorfi dove alcuni segni, forse neppure i più rilevanti, rimangono leggibili.

“ Migrare “ è invece il racconto di una forma che sola sembra emergere tra segni, fossili, concrezioni, similari, ma che indicano relitti di una evoluzione che ha elaborato forme animali mescolate ad aquiloni, senza tuttavia arrivare a creare quello che potrebbe staccarsi e spiccare il volo, liberando e liberandosi da una catena di fallimenti e tentativi che sembrano casuali, seppur mossi da una segreta urgenza interiore , che però si vorrebbe risolvere nel volo, nella contemplazione di una partenza, di una fuga, che dovrebbe essere la risposta esistenziale e contemplativa a tanto travaglio.

“Frammento di volo” rimanda ad un fallimento, ad un progetto non riuscito che già è attaccato dal tempo, corroso  , diventa un fossile, una traccia sempre più disarmonica, squilibrata ed incomprensibile.

In alcuni casi si avverte il senso del gioco, del divertimento, come in “Ensenble”, assemblaggio di oggetti diversi,piramide di un ordine apparente, di una macchina celibe.

E talora queste ali, questi abbozzi di aquiloni diventano artigli, aculei pronti a ferire più che a liberare come in “Prova di volo su verticale interrotta” o falcetti come in “Totem del volo mai libero”, rigore da impagliatore in “Piccola verticale con volo”, denti fossili di predoni preistorici come in “Prova di volo centrale nel cilindro interrotto”.

Nello ultime opere compare la forma circolare, il disco “ bello da vedere “ che richiama il sole e la ruota, è arma ed illuminazione insieme, nella cultura vedica , illumina distruggendo. Ma è anche il simbolo del cielo, per cui il volo tentato in “Prova di volo circolare” e nel “Grande volo per Tintagel” sembra rimandare al disco alato, che simbolicamente rappresenta il sole in movimento e, per estensione successiva, il volo stesso,la sublimazione e la trasfigurazione, per cui ritroviamo il metamorfismo di cui si è detto all’inizio .L’impossibile e impassibile libertà, che non può essere che  scritta e riscritta con la mano e con il cuore.

 

 

Parma novembre 2002                                                                        Marzio Dall’Acqua