Totem di libertà
O del sogno della partenza. Le opere di
Non si può non pensare alla base di queste forme che
ascendono che s’innalzano e non partire da questo spuntare dalla terra, da
questo issarsi artificiale, svettante verso il cielo, unendo così il mondo
infero, il regno nascosto, con l’aria, la luce, lo spazio, collegando la
superficie immutabile del suolo , poco variata e poco
mutevole, con ciò che c’è di più cangiante, con il sole, le stelle, un cosmo
che si dilata all’infinito e rimanda ad esistenze altre, atmosfere che si
trasformano continuamente. Steli come cuneo che unisce mondi altrimenti
separati, perno di una sintesi che fonda un centro del cosmo, invito a culti
dimessi ed ora affatto privati, simbolo di una trasformazione che è metamorfosi
di sostanza, un trascorrere da uno stato materico all’altro.
Queste sculture sono totem , prima
di tutto , sono l’anima della boscaglia dell’iniziato. Il totem è la visione
individuale, personale , che segna il passaggio della
seconda collina, cioè dell’adolescenza. E un protettore ed una guida , la cui apparizione annuncia il viaggio, la necessità di
mettersi sulla strada, di iniziare un percorso. Come sosteneva Carl Gustav Jung attraverso questi riti di iniziazione il giovine
veniva acquisendo la propria anima animale e nello stesso tempo sacrificava il
suo essere animale nelle prove di passaggio da un’età all’altra, quali la
circoncisione. Come per questi antichi riti, per Zona erigere i suoi personali
totem con ossessione, con ripetuto accanimento, pur nella variazione, pur
nell’inquieto ricercare di una forma definitiva che sempre si concretizza e
sempre sfugge, per cui bisogna ricominciare da capo, è un atto di costruzione,
una mappa concreta e svettante del mondo,nel quale
designa e modella ciò che viene scoprendo, di se stesso prima che degli altri.
E’ dar corpo alla visione ed insieme è celebrazione di un rito,rievocazione di un mito,operazione taumaturgica antica ed
attuale,nello stesso tempo. E’ un proiettare da sé con l’oggettività della
materia, che sembra estraniare il pensiero, bloccarlo, congelare il desiderio.
Operazioni tutte che richiedono un linguaggio da iniziati,
criptico, che propone trasposizioni di significati ambigui perché ingannevoli,
ambigui perché di fatto rimandano a soluzioni opposte,
a riflessioni antitetiche.
L’albero di Zona è artificiale, ma è evidente che il suo
corpo – il suo fusto ? – viene scarnificato, viene denudato, viene aperto.
Certe parti, poste alla base di questo elevarsi ripido e contorto, ricordano la
corteccia di alberi venati e graffiati, ricordano cera fusa, che è venuta colando
su se stessa, intonaco corroso dal tempo, evocazioni tutte di qualcosa di
innato, comunque, di antico supersite ad aggressioni
esterne a logoramento di venti, di acque, di forze altrettanto naturali ed
indifferenti. Questo involucro, salendo, si rompe e mostra forme geometriche
che si stanno evolvendo, crescono e si gonfiano come frutti, sono l’anima al di
sotto della scorza, sono effigi che denunciano il loro carattere artificiale,
una loro perfezione al di fuori del tempo, che negano la fisicità della base
per esaltare concrezioni assolute nella loro intatta e incontaminata
perfezione, quasi ibridi con essenze non terrestri :
seme ma anche prodotto eterno o di civiltà meccaniche extraterrestri. Talora
immagini aggiunte, incastrate volutamente, icone di culti misterici, che allora
ricordano le “orazioni nel bosco” austriache, appunto le icone fissate sui
tronchi degli alberi, relitti di antichi riti e culti. Comunque una
metamorfosi, un mutar di stato, uno svelare ed occultare insieme.
Potrebbero esse prodotti amari come quelli dell’islamico
albero dello Zaqqum, delle cui foglie e frutti si
nutrono gli empi condannati dal giudizio finale, che “ si gonfiano però : nel loro ventre come se fossero metallo fuso “.
E il mistero di questi frutti richiama inevitabilmente
l’allegoria dell’albero della conoscenza, la cacciata da un paradiso, che non
si riesce ad immaginare, ma del quale si ha sempre nostalgia.
E si arriva ad una sommità che è volo,battere
d’ali, aquiloni che si distendono, forme convulse che si animano, che cercano
di aprirsi, dilatarsi, di stendersi per recuperare un’istintiva disponibilità
al volo, crisalide che esce dal bozzolo, forma sorgiva nella sua ultima
trasformazione, che si appresta alla partenza, ad un distacco definitivo ,
materia che acquista anima. L’albero avrà dato il suo vero frutto, avrà davvero
restituito in un rapporto sessuale tra cielo e terra la vita ad una o più nuove
esistenze, avrà aggiunto una forma in più al mondo animato. E l’albero come in
molte culture simboliche, per Zona , è nello stesso
tempo maschile e femminile, fonde i due sessi e per questo partorisce esseri.
Queste forme, in cima , sono però
anche radici o bulbi, gonfi come cipolle, misteriosi come vasi di Pandora.
Ricordano l’albero rovesciato dei testi vedici, con le radici che si
sostituiscono ai rami e traggono forza ed alimento dalla luce, dal cielo.
L’albero rovesciato è un ideogramma che rappresenta il cosmo
: Secondo una tradizione sabea Platone avrebbe affermato che l’uomo è
una pianta rovesciata le cui radici si stendono verso il cielo e i rami verso
la terra. Idea confluita nell’esoterismo cabalistico e islamico : “ L’Albero della Vita si estende dall’alto in basso e il
sole lo illumina interamente” ( Zohar ). Questo
albero potrebbe ancora una volta essere elemento di comunicazione dall’alto in
basso e viceversa, congiungendo i due sensi e quanto essi
rappresentano, segno della coesistenza, nell’archetipo dell’albero, dello
schema della reciprocità ciclica.
Guenon lo legga così :
l’albero si innalza al di sopra del piano di riflessione che limita il dominio
cosmico rovesciato al di sotto, supera il limite del manifesto per penetrare
nel riflesso ed introdurvi il livello dell’ispirazione.
Alberi , dunque , come colonne,
steli e torri , sul cui fusto, sul cui corpo Zona viene raccontando una storia
complessa di una liberazione tentata, forse possibile, comunque interrotta,
sospesa. In cima cercano di prendere corpo gli uccelli che sono lo stato
superiore dell’essere in ogni dottrina, lo spirito liberato dalla carne, i
pensieri elevati. Non qui, non nelle opere di Zona, dove troviamo un volo che è
desiderio, istinto ed impulso,ma ancora trattenuto,
ancora impedito, per cui l’elemento che dovrebbe vivere di vita autonoma rimane
ancorato alla propria base , al proprio nucleo, giustificandolo.
Anche l’autonomo librarsi di uccelli in “ Grande volo su
elementi modulari”, forse una delle forme più libere di Zona, in realtà risulta
ancora più prigioniero, ancor più bloccato proprio dal carattere di stele,
chiusa e definita, che circoscrive , qui senza
riferimenti naturali , una raffigurazione, una scrittura di forme, geroglifici
di un messaggio che diventa arcaico, proiettato in un passato mitico. Omaggio
alla storia e alla sua impossibilità di travasarsi nel presente.
Questo senso della storia, che viene riassorbita, quasi, in
una colonna spezzata, corrosa dal tempo, che inghiotte oggetti e ricordi,
partendo onnivora da una cornice, da un quadro che sta cancellando alla sua
base, ritorna in “Ciao Augusto “, dove, forse una rondine, che tenta di uscire
da questa trappola della memoria, riuscirà a liberarsi e a prendere il volo.
Oppure tutto questo è il cippo sospeso e trattenuto in una commozione
agghiacciata, il relitto di un ricordo
che fatica a sorgere nella pienezza del tempo trascorso, frammenti
disparati e amorfi dove alcuni segni, forse neppure i più rilevanti, rimangono
leggibili.
“ Migrare “ è invece il racconto di una forma che sola
sembra emergere tra segni, fossili, concrezioni, similari, ma che indicano relitti
di una evoluzione che ha elaborato forme animali
mescolate ad aquiloni, senza tuttavia arrivare a creare quello che potrebbe
staccarsi e spiccare il volo, liberando e liberandosi da una catena di
fallimenti e tentativi che sembrano casuali, seppur mossi da una segreta
urgenza interiore , che però si vorrebbe risolvere nel volo, nella
contemplazione di una partenza, di una fuga, che dovrebbe essere la risposta
esistenziale e contemplativa a tanto travaglio.
“Frammento di volo” rimanda ad un fallimento, ad un
progetto non riuscito che già è attaccato dal tempo, corroso , diventa un fossile, una traccia
sempre più disarmonica, squilibrata ed incomprensibile.
In alcuni casi si avverte il senso del gioco, del
divertimento, come in “Ensenble”, assemblaggio di
oggetti diversi,piramide di un ordine apparente, di
una macchina celibe.
E talora queste ali, questi abbozzi di aquiloni diventano
artigli, aculei pronti a ferire più che a liberare come in “Prova di volo su
verticale interrotta” o falcetti come in “Totem del volo mai libero”, rigore da
impagliatore in “Piccola verticale con volo”, denti fossili di predoni
preistorici come in “Prova di volo centrale nel cilindro interrotto”.
Nello ultime opere compare la forma circolare, il disco “ bello
da vedere “ che richiama il sole e la ruota, è arma ed illuminazione insieme,
nella cultura vedica , illumina distruggendo. Ma è
anche il simbolo del cielo, per cui il volo tentato in “Prova di volo
circolare” e nel “Grande volo per Tintagel” sembra
rimandare al disco alato, che simbolicamente rappresenta il sole in movimento
e, per estensione successiva, il volo stesso,la
sublimazione e la trasfigurazione, per cui ritroviamo il metamorfismo di cui si
è detto all’inizio .L’impossibile e impassibile libertà, che non può essere che scritta e riscritta
con la mano e con il cuore.
Parma novembre 2002
Marzio Dall’Acqua