Se si volesse prendere sul serio il gioco delle etichette,
con cui la critica s’illude spesso di mettere ordine nelle cose dell’arte,
nessuno esiterebbe ad assegnare a
E davvero, come appunto questo titolo sottolinea, il
versante del Surrealismo al quale ci indirizzano le opere di Zona non è certo
quello dove il vento della ragione, con Manritte soprattutto, spazzando l’aria,
ha reso nitida, fino alla piattezza oleografica, l’immagine del mondo e,
portando via anche gli ultimi paurosi fantasmi della notte, ha sostituito a
queste ambigue e inquietanti apparizioni gli arguti paradossi visivi dell’arte.
Al di là del crinale c’è un altro più oscuro versante, dove l’arte accoglie i
“mostri” liberati dell’inconscio. E’ un territorio, questo, che si estende ben
oltre i confini propri del Surrealismo quelli, per intenderci, che Breton
incominciò a tracciare nel ’24 e che è stato frequentato, nel corso dei secoli,
da artisti così famosi, da Bosch a Fussli, ad
esempio, da farci ritenere del tutto inutile e inopportuno il tentativo di
darne le coordinate storiche.
Qui le sculture di Zona si accampano con la loro perentoria
evidenza, con l’apparenza di una realtà , cioè,
dolorosamente stravolta e avviata a diventare irriconoscibile sotto l’azione di
un inarrestabile processo di corrompimento, eppure così insistente nella sua
pretesa di verità, nel suo proporsi come momento di una condizione esistenziale
pianamente vissuta, da provocare una sensazione intensa e, alla fine
insopportabile di disagio, e il desiderio, insieme, di uscire fuori
dall’incubo, come accade appunto di fronte a certi spettacoli dell’horror , che
spingono, per reazione, a richiamare la coscienza del carattere virtuale della
dimensione artistica.
Ma in fondo sta proprio qui l’aspetto più interessante
delle opere di Zona il quale, sarà bene dirlo , per
comprenderne in modo giusto le attuali qualità, non solo è al suo esordio, ma è
anche da pochi anni soltanto impegnato con continuità nella ricerca plastica.
Sta proprio in questa insistenza sulla degradazione dell’immagine dell’uomo
attraverso normali processi metamorfici e mostruose trasmutazioni, quali, ad
esempio, quelle che si vedono nel “Becco e l’ala”. Il disfacimento della carne,
la sua decomposizione sotto la pelle, e meglio si direbbe sotto la maschera,
come suggerisce efficacemente “Dissociazione” ,fanno
pensare, più che al Surrealismo, ad alcuni momenti dell’arte dei secoli
passati, del Seicento, in particolare, dove, sotto il gusto morboso
dell’orrido, si sviluppò in realtà un’appassionata riflessione sul tema della
morte, sulla sua presenza entro le fibre della vita stessa.
Certamente sarebbe sbagliato leggere le opere del giovane
scultore napoletano dalle posizioni di un moralismo religioso, che, come
appunto accadeva nelle Vanitates vanitatum
seicentesche, voleva richiamare coscienza della precarietà dell’esistenza ai
valori della trascendenza. Eppure non si può negare che se la vista di alcune
orride, tentacolari forme di vita uscite da un cranio squarciato può apparire
anche come una
metafora visiva di certe teorie freudiane dell’inconscio, o almeno come una
trasposizione di queste nei modi della più divulgata letteratura “nera”, è
tuttavia prevalente l’impressione che le sculture di Zona battano sempre, e
talvolta con grande acutezza, sull’idea della morte, forse con una punta di attualissima
polemica nei confronti di un’età, quale è la nostra, che ha tentato di
rimuovere, invece, questa idea, cancellandone persino i segni. La scultura,
diversamente da quello che era il compito assegnatole da una antica
tradizione retorica, non si illude di poter fissare per l’eternità i valori
della vita, ma di questa segnala, al contrario, l’inarrestabile destino di
corrompimento , assumendo così il tono di una sorta di laico “memento mori”.
Essa, come la morte, restituisce l’uomo alla terra, e ne affida l’impronta
all’impasto umile della creta : dalla quale può
rinascere se non la vita un’immagine almeno di bellezza.
Vitaliano Corbi