Se si volesse prendere sul serio il gioco delle etichette, con cui la critica s’illude spesso di mettere ordine nelle cose dell’arte, nessuno esiterebbe ad assegnare a Patrizio Zona un posto nello scaffale del Surrealismo. Tanto più che lo stesso scultore sembra aver voluto sollecitare questa collocazione non solo con le opere, che evocano tutte fin troppo scopertamente, angosciose situazioni oniriche, ma anche con le parole dal momento che egli, con l’apprezzabile ingenuità di chi non è abituato a nascondere le proprie carte, ha dato a questa sua prima mostra il trasparente titolo di “ Sculture tra incubo e realtà”.

E davvero, come appunto questo titolo sottolinea, il versante del Surrealismo al quale ci indirizzano le opere di Zona non è certo quello dove il vento della ragione, con Manritte soprattutto, spazzando l’aria, ha reso nitida, fino alla piattezza oleografica, l’immagine del mondo e, portando via anche gli ultimi paurosi fantasmi della notte, ha sostituito a queste ambigue e inquietanti apparizioni gli arguti paradossi visivi dell’arte. Al di là del crinale c’è un altro più oscuro versante, dove l’arte accoglie i “mostri” liberati dell’inconscio. E’ un territorio, questo, che si estende ben oltre i confini propri del Surrealismo quelli, per intenderci, che Breton incominciò a tracciare nel ’24 e che è stato frequentato, nel corso dei secoli, da artisti così famosi, da Bosch a Fussli, ad esempio, da farci ritenere del tutto inutile e inopportuno il tentativo di darne le coordinate storiche.

Qui le sculture di Zona si accampano con la loro perentoria evidenza, con l’apparenza di una realtà , cioè, dolorosamente stravolta e avviata a diventare irriconoscibile sotto l’azione di un inarrestabile processo di corrompimento, eppure così insistente nella sua pretesa di verità, nel suo proporsi come momento di una condizione esistenziale pianamente vissuta, da provocare una sensazione intensa e, alla fine insopportabile di disagio, e il desiderio, insieme, di uscire fuori dall’incubo, come accade appunto di fronte a certi spettacoli dell’horror , che spingono, per reazione, a richiamare la coscienza del carattere virtuale della dimensione artistica.

Ma in fondo sta proprio qui l’aspetto più interessante delle opere di Zona il quale, sarà bene dirlo , per comprenderne in modo giusto le attuali qualità, non solo è al suo esordio, ma è anche da pochi anni soltanto impegnato con continuità nella ricerca plastica. Sta proprio in questa insistenza sulla degradazione dell’immagine dell’uomo attraverso normali processi metamorfici e mostruose trasmutazioni, quali, ad esempio, quelle che si vedono nel “Becco e l’ala”. Il disfacimento della carne, la sua decomposizione sotto la pelle, e meglio si direbbe sotto la maschera, come suggerisce efficacemente “Dissociazione” ,fanno pensare, più che al Surrealismo, ad alcuni momenti dell’arte dei secoli passati, del Seicento, in particolare, dove, sotto il gusto morboso dell’orrido, si sviluppò in realtà un’appassionata riflessione sul tema della morte, sulla sua presenza entro le fibre della vita stessa.

Certamente sarebbe sbagliato leggere le opere del giovane scultore napoletano dalle posizioni di un moralismo religioso, che, come appunto accadeva nelle Vanitates vanitatum seicentesche, voleva richiamare coscienza della precarietà dell’esistenza ai valori della trascendenza. Eppure non si può negare che se la vista di alcune orride, tentacolari forme di vita uscite da un cranio squarciato può apparire anche  come una metafora visiva di certe teorie freudiane dell’inconscio, o almeno come una trasposizione di queste nei modi della più divulgata letteratura “nera”, è tuttavia prevalente l’impressione che le sculture di Zona battano sempre, e talvolta con grande acutezza, sull’idea della morte, forse con una punta di attualissima polemica nei confronti di un’età, quale è la nostra, che ha tentato di rimuovere, invece, questa idea, cancellandone persino i segni. La scultura, diversamente da quello che era il compito assegnatole da una antica tradizione retorica, non si illude di poter fissare per l’eternità i valori della vita, ma di questa segnala, al contrario, l’inarrestabile destino di corrompimento , assumendo così il tono di una sorta di laico “memento mori”. Essa, come la morte, restituisce l’uomo alla terra, e ne affida l’impronta all’impasto umile della creta : dalla quale può rinascere se non la vita un’immagine almeno di bellezza.

 

Vitaliano Corbi