ZONA SACRA

 

Diario, 11 ottobre 2005, martedì

Mi ha telefonato Patrizio Zona, scultore in Napoli. Protesta perché mi chiama e non mi trova mai allo studio. “Ma perché non lasci un messaggio sulla segreteria telefonica?”, gli ho fatto rilevare. “No, sono allergico, sono scultore antico, lascio solo messaggi sulle pietre!”, risponde ironico. “Sei fuori tempo, scultura lingua morta, cavernicolo! ‘Aggiornati’, come diceva Totò”, ho replicato adeguatamente.

Zona mi dice che ha urgenza di un mio scritto “di presentazione” per una mostra al Castel Nuovo di Napoli, alias Maschio Angioino. Scritto urgente, “da fare entro fine mese”, dice, “poi devo farla tradurre, tempi tecnici, lo sai, la mostra è a gennaio”.

Gli ho chiesto: “Ma che novità ci sono nelle tue sculture, rispetto alla ‘puntata precedente”? (alla gran mostra di Cremona del 2003, per la quale scrissi un testo in catalogo, sempre come “appunto” di diario). “Lo scoprirai da te, ti dico solo che sono scomparsi gli uccelli, volati via lontano”. Patrizio Zona senza uccello, non me lo immagino, era il suo tema portante, la sua ossessione, il suo elemento plastico simbolico (e concreto) dominante. Uccelli al nord, pesci al Sud, Zona di mare, è noto. Per associazione d’idee, di rimando: “Ma lo sai ch’è morto un tale, qui giù ai Cristallini alla Sanità che, ho visto dai manifesti mortuari affissi per la via, era soprannominato “Pesce d’oro, di anni 80”? “Caspita!, di questi tempi, con la crisi che c’e, con quel che costa l’oro ed il pesce!”, mi risponde “Zona ambigua”.

“Ma si possono vedere queste sculture?”, domando, tornando al punto. “No, è una sorpresa, top secret”, Zona limite, Zona vietata, “poi alcune sono ancora in definizione. Ti ho mandato un dischetto a casa, veditele da lì, al computer. Ma si può? Oramai tutto è virtuale, mediato, niente immediato. Zona mi mette in difficoltà perché io vado a sensazione, a umore, a humor, “a contagio”: devo assolutamente vedere le cose, emozionarmi, toccarle, altrimenti non scrivo una riga. L’esperienza tattile è molto importante per la critica, per me che “visito”. Vista e tatto associati, oltre che cuore e cervello, per scrivere giusto, questa la mia ricetta. “Pesce d’oro dei Cristallini, aiutami tu!”, invoco.

 

2. Ogni volta che scrivo di uno scultore fedele allo scalpello e alla mazzola, tipo Zona, mi viene sempre in mente l’assoluto epitaffio di Martini del 1947, “scultura lingua morta”. Lo so, magari era solo una morte apparente, non era vero, bisognava attendere: la scultura “antica” non è morta, così come quel tale di Catania che, di recente, dato per spacciato dagli specialisti, per anni, solo in vita vegetativa, invece era vivo “dentro”. Un bel giorno si è rialzato come Lazzaro, miracolo, “eccomi qua!”, ha detto tra lo stupore degli scienziati, e la gioia dei parenti e dei semplici: che bella scultura vivente (e vincente). O quella donna di Padova che ha perso totalmente la memoria, trattenendo a mente solo il nome di Berlusconi, potenza dei media (chi lo sa se ricorda quel nome in bene o in male, non è dato sapere!).

Del resto ha scritto di recente Renato De Fusco, sul tema “fedeltà”: “La pittura si fa coi pennelli: in fin dei conti e in base alla mia esperienza, mi pare si possa dire che appunto la pittura si fa coi pennelli e talvolta «anche» con qualcos'altro. La cosa è meno ovvia di quanto sembri e mutatis mutandis estendibile ad altre arti. Quindi, in Zona De Fusco, la scultura si fa con mazzola, scalpello e “gli aiuti” tecnici attuali, e con i materiali storici di sempre!” E’ Zona storica.

3. Vado a casa, mia figlia Eleonora infila nella bocca del computer il dischetto che contiene le sculture di Zona: appaiono magicamente le immagini di 17 (diciassette!) opere, Zona (non) superstiziosa, tutte in fila, ordinate, precise, particolari e generali di ognuna. Una meraviglia, tutto pulito, visione completa, senza polvere, senza smog, senza muoversi da casa, tutte le opere corredate da titoli, dimensioni (da un minimo di 35 cm ad un massimo di 150 cm di altezza), materiali, tecniche, …. Zona di precisione, Zona professionale, Zona alta definizione fotografica. Che meraviglia: “computer & scalpello”, altro che gli antichi “riga e compasso”, libro e moschetto, falce e martello, capitale-lavoro, ….

Scorro le immagini, particolari, generali, leggo le titolazioni, precise, puntuali. Rifletto, prendo qualche appunto su un foglietto, riscorro le immagini: è tutto perfetto, che devo scrivere? Zona le ha concatenate in modo tale che ha costruito una “sua” critica interna; l’artista è critico di se stesso, lo dico da sempre agli artisti, fatevi delle autopresentazioni, è più onesto, è più giusto, almeno vale come “intenzione d’opera”. La critica è un altro fatto, è uno sguardo altro, non può e non deve “spiegare” l’opera, che si spiega già da sé e si affida alla sua forza intrinseca per entrare in chi la vede, per sviluppare immaginario, con quella “cosa” insondabile che si chiama arte. (La più bella definizione? L’Arte è tutto ciò che gli uomini chiamano Arte!, nda).

Prendete Patrizio Zona: mi aveva già dichiarato esplicitamente, tre anni fa, il dato esistenziale che lo agita e lo fa agire. Lo rileggo ora, e Voi lettori, abbiate pazienza e leggetelo insieme a me, perché mi pare ancora un punto certo, umano, dell’artista, dal quale prendere il volo anche noi, per andare “in Zona”: “Mi sento, dichiara il Nostro, come dentro un enorme orologio mosso da un ingranaggio gigantesco, un mondo di relazioni nel quale tutti siamo impigliati; impotenti rotelline di un meccanismo sociale e cosmico al quale ci si può sottrarre solo con la fantasia, con il lavoro febbrile (e fabbrile) dell’Arte. Arte libera, evidentemente, ma talvolta anche applicata alla quotidianità, madre cordiale della vita. Da qui, da quest’esigenza di ‘uscire’ dalla materia sociale, e non solo da essa, il tema del volo, degli uccelli liberi, dell’aquilone, che privilegio: è il volo della speranza, ma anche la leggerezza del pensiero, la forza della sottile fantasia che sfugge all’ingranaggio sociale quotidiano”.

Nella concatenazione delle immagini delle sculture che ha proposto in questo dischetto Patrizio Zona ribadisce il suddetto schema di lettura “interiore” che lo collega prometeicamente al “fare scultura”, alla difficoltà di “essere”, cioè di sentirsi impigliato in quello che egli stesso chiama “il Grande Schema”, forse il Grande Fratello che ci sorveglia, che ci imprigiona, che ci guarda, che, in breve, ci limita e “ci fotte” quotidianamente: il Sistema che “ci sistema” a morte.

Non è una mia forzatura, evidenzio solo quello che l’artista stesso dice chiaramente, basta analizzare “parole ed opere” del dischetto, così come l’ha egli stesso confezionato, ed io non ho alcuna voglia di scompaginargli lo Schema, “il Grande Schema” di Zona, il suo gioco auto-critico. Avviamoci dunque per questo “tour” in Zona, annotando delle schede/appunti che vogliono sfuggire le secche dell’opera finita per sempre; restano, le osservazioni che seguono, un brogliaccio (spero non un imbrogliaccio), un luogo temporaneo, una rubrica, un diario, che rimane pur sempre la mia forma preferita per scrivere, per far Critica, esegèsi, per far “Storia dell’intensità” applicata.

 

4. La prima opera dal titolo, “Corrosione …. il cuore”, marmo di Carrara, diam. cm. 35, evidenzia, “mette in scena”, un tema tipico del Nostro: la scultura/quadro, “piatta” ed efficace come un segnale stradale, circolare, con “buco” centrale, tagliata come fosse una fetta di formaggio svizzero nella quale s’evidenzia il conflitto duro/morbido, sacro/profano, ostia divina/pane degli uomini, geometria/malia: la perfezione del cerchio pare infatti intaccata da un agente maligno che corrode la candida superficie del marmo, simile ad un acido gettato ad arte su un disco di polistirolo. C’è in Zona qualcosa che lo collega ad un immaginario perversamente cinematografico, da film horror, traslato e cristallizzato poi sulla pellicola della sua materia plastica preferita. Al centro dell’opera il Nostro pone la sagoma del cuore, con un’esplosione che ha creato “il grande buco”, volendo forse riferirsi ad una geometria senza più cuore, propria ad un immaginario scientifico non controllabile dalle “antiche” culture. L’arte, critica compresa, lavora per associazioni, si sa, le mie & quelle dell’artista, e le vostre che ci (e lo) leggete.

 

 

5. Terza opera. Titolo, “Lo schema non ci lascia volare”, bardiglio, altezza cm. 110; è questa scultura la più vicina a quelle della gran mostra di Cremona, centrata sulla paura di rimanere impigliato nella rete del Sistema, del “Grande Schema”. E’ questo un tuttotondo prendibile con un sol sguardo, da un sol punto di vista prospettico, frontale. Si tratta di un blocco cilindrico che genera un insieme di cubi e parallelepipedi irregolari, tra loro sovrapposti, dai quali “sbocciano” uccelli in volo che però, qui il punto, hanno difficoltà a partire, legati come sono alla materia, alla geometria stereometrica, autoritratto di Zona e della sua condizione esistenziale, come sopra detto (“…. un mondo di relazioni nel quale tutti siamo impigliati…. da qui, da quest’esigenza di ‘uscire’ dalla materia sociale, e non solo da essa, il tema del volo, degli uccelli liberi…”, aveva detto, ricordate?).

E’ questa, peraltro, un’opera curiosamente molto attuale, da cronaca, con il virus patogeno dei volatili che incombe sull’Europa opulenta (e lenta); l’influenza Aviaria che dai polli si è propagata alle altre specie di uccelli, colle mutazioni da virus, la paura dell’epidemia, del contagio, delle nuove patologie senza vaccino, … mistero, pericolo, uccellacci ed uccellini cinematografici, uccelli di Alfred Hitchock, “gialli”! Siamo, quindi, in “Zona pericolosa e contagiosa”, al limite dell’apocalisse, ma anche in “Zona tipica”: in effetti nelle opere plastiche del Nostro, apparentemente “tradizionali” e tranquille (anche perché Zona non si presenta affatto trasgressivo e provocatorio), c’è dentro un virus che insidia la tranquilla casa borghese nella quale entrano, come in “Teorema”, film di Pasolini; nelle sculture di  Zona c’è sempre un allarme interno ed interiore, sculture allarmate, forse sacrificali, fatte per esorcizzare tutto lo spazio del pericolo “pennuto”: dal volo del pollo al volo pindarico.

 

6. Quarta opera: Titolo, “Lo schema, primo equilibrio precario”, pietra serena, h. cm. 60. Incontriamo qui un altro elemento tipico delle sculture di Zona, l’instabilità ed lo sbilanciamento. Quest’opera è costruita similmente a una figura di Grosz, colla base acuminata e tagliente, simile a una lama di un’arma preistorica arrivata fino a noi e posta dall’artista come appiglio, scoglio di un naufrago; o forse ancora, data la nota sensibilità ambientale delle sculture di Zona (Zona ambiente) mi pare come un paese-presepio del Sud cresciuto per incanto sopra una roccia, su in cima alla montagna, scultura-paese, complemento artificiale della natura, “appollaiata” sui monti: ecco ancora i polli, sul qual masso/scheggia primitivo e primario! Fuggiamo, il Virus di Zona!

 

7. Andiamo, proseguendo nel nostro tour, nella nostra “visita guidata”, Zona guida, alla quinta opera. Titolo, “Lo schema …. quarto equilibrio precario”, altezza 42 cm. Anche qui, come sopra, si tratta di “equilibrio precario”, nostra condizione moderna condivisa e, peggio, postmoderna (che va dalla vita profonda alla strutturazione del nostro lavoro, quando c’è): è, plasticamente e compositivamente parlando, un massiccio blocco posto obliquamente su cui è distesa un’escrescenza di radice cubista, cezanniana, …. passiamo avanti, si sta facendo tardi, il lettore ha fretta. Zona frettolosa, avanti c’è posto.

 

8. Sesta Opera: Titolo, “Nero è lo schema”, pietra Vesuvio, 50 cm; “Passo”, se posso, anzi no. Mi fermo un attimo per dire che, per plastica e compattezza, mi pare una composizione “memoriale” & com/memoriale. Possiede, questa piccola scultura, una sua monumentalità intrinseca, anche se è di piccola dimensione; la monumentalità è tipica della memoria, sacra in sé, antidoto all’angoscia e alla precarietà della condizione umana, al tempo che fugge, alla corrosione e corruzione delle cose. Ma questo aspetto lo si vedrà meglio in appresso, alla scheda 11.

 

9. Settima opera: Titolo, “Verticalità scomposta”, pietra Vesuvio, altezza 52 cm. Scultura-obelisco evidentemente fallica, maschile, solenne, che si erge assoluta nel paesaggio vesuviano. L’arte di Zona mostra sempre, com’è doveroso, il fallibile, e talvolta contiene (se mi si passa il gioco di parole) il fallo, del resto siamo al “Maschio Angioino!”; ma anche l’orifizio, come s’è visto, l’opposto dell’esibizione verticale. Zona eroica/erotica col materiale plastico, organica, naturale. “Non ho mai voluto fare sculture erotiche, fantasie erotiche, sono solo associazioni d’idee plastiche, di chi le legge”, dichiarava Moore, uno dei riferimenti plastici di Zona, che certamente sottoscriverebbe.

 

10. Ottava Opera, titolo: “Corrosione …. la torre”, marmo Carrara, altezza 150 cm.; scultura assoluta, esemplare, da manifesto: i due elementi tipici di Zona, l’angolo retto e la linea ondulata, organica, qui sono esplicitati senza inutili compiacimenti e nascondimenti, come uno slogan. Facile a comprendersi è, infatti, l’essenzialità del parallelepipedo moderno, del grattacielo corroso, ferito, addentato, dal gigantesco morso di una bestia feroce, l’uccello/aereo; una gigantesca ferita che sanguina come un cuore di Gesù popolare nostrano, che la felice collocazione nello scenario del golfo di Napoli rende ancora più evidente e stridente.

Il pensiero va, è ovvio, al fatale impatto “di civiltà” sulle “due torri” di New York; va all’11 settembre, tema plastico (e di cronaca) che Zona aveva già trattato nella mostra di Cremona, (anche qui il cinema, Zona cinematografica, terza dimensione sonora, effetto dolby, il pericolo viene sempre dal cielo dove sta, per tradizione, Dio e il Sacro): l’inquadramento nel golfo di Napoli mi fa andare  colla mente alla terribile gag popolare che vede un boss malavitoso napoletano telefonare, dopo l’epocale crollo, a Bin Laden e gli dice: “Ma che avete fatto?, io per “Due torri” intendevo Torre del Greco e Torre Annunziata, mica quelle di New York!” Dico questo, sia per rendere la nostra schedatura-tour più colloquiale, ma anche perché mi pare che portare il conflitto globale, nel quale siamo oggi tutti immersi, su una dimensione vicina alla nostra vita quotidiana, perfino dialettale e locale, può (se sorvegliato), non essere fatto provinciale, ma capacità di introiettare la catastrofe quotidiana, di far meticciato, tra alto e “basso”; capacità di “addentare” il moderno e il post, che talvolta coincide col poster, per digerirlo, per quanto possa essere indigesto e possa rimanere sullo stomaco; e Zona colla sua scelta di soggetti lo testimonia nelle sue opere, che io trovo talvolta ironiche.

 

11. Nona opera, Titolo: “Corrosione …. il tempo”, marmo Carrara, lato 75 cm.; l’artista è sempre stato ossessionato dal tempo, sin dall’antichità lo teme. L’opera d’arte sfida il tempo, si pone oltre la morte, oltre la consunzione del corpo. Nei tempi moderni del ‘900 De Chirico eliminò le lancette dagli orologi delle sue Piazze d’Italia, appunto senza tempo; Dalì fece liquefare le lancette dei suoi orologi, …e così via. Zona corrode il disco dell’orologio solare (“mi sento, ci aveva dichiarato, ricordate?, come dentro un enorme orologio mosso da un ingranaggio gigantesco, ….”), con un’immagine molto suggestiva, molto plastica, efficace e struggente, “leopardiana”, che  mi fa andare colla mente al tema degli suoi volatili. Del resto “il tempo vola” e, per dirlo alla napoletana, “nuje vulamme appriesso ‘a isso!!!; oppure, per fare una citazione più colta: “Il tempo vola come un uccello, ma talvolta si trascina come un verme”. Il tempo, quindi, è un dato soggettivo: per un malato terminale o un prigioniero si trascina come un verme, per un uomo felice vola come un uccello. E, in questa scultura, Zona mi pare più veritiero se collocato nel primo caso, quello del prigioniero. Ma ogni lettore può dire la sua: l’opera d’arte è costituzionalmente “aperta” e libera, soggettiva, e l’arte “moderna” ancor di più, senza regole e senza freni, a precipizio, nel bene e nel male. Finché dura.

 

12.  Decimo. “Corrosione … la terra”, cubo lato 40 cm.; Qui la tematica è molto simile, mutatis mutandis, alle due precedenti. Anche quest’opera plastica è chiara ed esemplare delle intenzioni di Zona: enormi topi sembrano aver corroso l’angolo retto del cubo, tipica espressione del mondo “quadrato” e razionale, ma hanno anche eliminato la sua spigolosità; in tal modo, è possibile dire che si è più tendenti ad “arrotondare” e a mediare, a smussare gli angoli, a farsi comprensibile, a comprendere le ragioni dell’altro: l’arte è relazione, può anche essere rinuncia all’Ego assoluto dell’artista ideatore, anche se ciò non appartiene alla nostra tradizione, basata sull’Io estremo. Ma la globalizzazione spinge a superare antiche e radicate economie (mentali).

 

13. Undicesima “Secondo equilibrio precario”, h. 45 cm; come impianto è simile a quanto si è detto nella scheda 4, ma qui la “scheggia” di base si è aperta “a fisarmonica”, e la contrapposizione tra massa stereometrica e rilievo organico è netta, favorita dalla ripresa fotografica frontale. C’è qui un “suggerimento di movimento”, del resto l’arte è sempre astrazione dal reale, elevazione, e la scultura “permanente” (ma non cimiteriale e malata di “piedistallite”), tende all’eternità, dev’essere pronta per l’eternità, suggerire, dare la spinta al cielo, al movimento della mente di chi osserva, di chi “entra” nell’opera plastica.

Una qualità di Zona è quella di concentrasi su temi fissi, ripetitivi, ossessivi, com’è stato per i grandi artisti: si può fare qualcosa di completamente nuovo all’interno di un tema ripetitivo, utilizzando quel tema che si è scelto: la figura distesa di Moore, cavallo e cavaliere di Marino Marini, le mele di Cezanne, ad esempio, tanto per dire di qualche “minore”, sic.

 

14. Dodicesima: “Lo schema crocifisso”, marmo di Carrara: questa è una scultura preziosa, di piccole dimensioni, posta in “Zona sacra”, come un tabernacolo, assoluta, intensa, profonda, intima, solitaria. La scultura di Zona è sacra in sé, l’abbiamo detto e ripetuto, è un aspetto già colto nel precedente scritto “di Cremona”, ma ora questa tematica “religiosa”, spirituale, s’è fatta più chiara ed evidente, come in quest’opera. La scultura come preghiera, come testo di una preghiera, come contatto col cielo, come concentrazione assoluta e isolamento plastico verso l’interrogativo estremo; per questo l’arte plastica è una via privilegiata verso il sacro, è comunicazione diversa. Per questo l’arte è sacra in sé, è volume che perde corpo, perde la propria consistenza.

“L’arte religiosa è diversa dall’arte secolare”, diceva Moore; “la Vergine col bambino deve avere una nobiltà, una distanza ieratica, che non c’è nella madre con bambino laica, quotidiana”. D’altrocanto Dio si fece uomo, così come l’arte si fece comunicazione. L’aspetto simbolico e rappresentativo coincide quindi con quello “presentativo”, come in questo caso. Come Cristo, come la fede profonda, l’arte dev’essere interrogativa e nascondere in sé qualcosa che non appaia a prima vista,… non è manifesta ad uno sguardo veloce, altrimenti sarebbe solo un poster appeso in un bus o, peggio, un santino devozionale in una chiesa di campagna. L’arte non è devozione, n’è ri/mozione, n’è distrazione, ma concentrazione individuale, quella cosa ineffabile che unisce l’arte e la religione, il sacerdote e l’artista. Così sia!

 

15. Ecco, ci fermiamo qui, siamo arrivati al centro assoluto, a  Gesù Cristo, allo “Schema crocifisso”: la messa è finita, il tour è finito, andate in pace! Le altre cinque opere ve le fate da voi, miei cari lettori, utile esercizio, mi pare. Altrimenti diventate degli “assistiti”, e già c’è tanta assistenza e poco mercato in Italia, e la scultura soffre perché si vende poco, “mobili” ed immateriali qual siamo diventati.

Alla prossima mostra di Zona, scultore sacro!    Eduardo Alamaro