ZONA SACRA
Diario,
11 ottobre 2005, martedì
Mi
ha telefonato
Zona
mi dice che ha urgenza di un mio scritto “di presentazione” per una
mostra al Castel Nuovo di Napoli, alias Maschio
Angioino. Scritto urgente, “da fare entro fine mese”, dice,
“poi devo farla tradurre, tempi tecnici, lo sai, la mostra è a
gennaio”.
Gli
ho chiesto: “Ma che novità ci sono nelle tue sculture, rispetto alla
‘puntata precedente”? (alla gran mostra di
Cremona del 2003, per la quale scrissi un testo in catalogo, sempre come
“appunto” di diario). “Lo scoprirai da te, ti dico solo che
sono scomparsi gli uccelli, volati via lontano”.
“Ma
si possono vedere queste sculture?”, domando, tornando al punto. “No, è una sorpresa, top secret”, Zona limite, Zona
vietata, “poi alcune sono ancora in definizione. Ti ho mandato un
dischetto
2.
Ogni volta che scrivo di uno scultore fedele allo scalpello e alla mazzola, tipo Zona, mi viene sempre in mente
l’assoluto epitaffio di Martini del 1947, “scultura lingua
morta”. Lo so, magari era solo una morte apparente, non era vero,
bisognava attendere: la scultura “antica” non è morta, così come
quel tale di Catania che, di recente, dato per spacciato dagli specialisti, per
anni, solo in vita vegetativa, invece era vivo “dentro”. Un bel
giorno si è rialzato come Lazzaro, miracolo, “eccomi qua!”, ha
detto tra lo stupore degli scienziati, e la gioia dei parenti e dei semplici:
che bella scultura vivente (e vincente). O quella donna di Padova che ha perso
totalmente la memoria, trattenendo a mente solo il nome di Berlusconi, potenza
dei media (chi lo sa se ricorda quel nome in bene o in male, non è dato
sapere!).
Del resto ha scritto di recente Renato De Fusco, sul tema
“fedeltà”: “La
pittura si fa coi pennelli: in fin dei conti e in base alla mia
esperienza, mi pare si possa dire che appunto la pittura si fa coi pennelli e
talvolta «anche» con qualcos'altro.
La cosa è meno ovvia di quanto sembri e mutatis mutandis estendibile ad altre
arti.” Quindi, in Zona De Fusco, la scultura si
fa con mazzola, scalpello e “gli aiuti”
tecnici attuali, e con i materiali storici di sempre!” E’ Zona
storica.
3.
Vado
Scorro
le immagini, particolari, generali, leggo le titolazioni, precise, puntuali.
Rifletto, prendo qualche appunto su un foglietto, riscorro le immagini: è tutto
perfetto, che devo scrivere? Zona le ha concatenate in modo tale che ha
costruito una “sua” critica interna; l’artista è critico di se
stesso, lo dico da sempre agli artisti, fatevi delle autopresentazioni, è più
onesto, è più giusto, almeno vale come “intenzione d’opera”.
La critica è un altro fatto, è uno sguardo altro, non può e non deve
“spiegare” l’opera, che si spiega già da sé e si affida alla
sua forza intrinseca per entrare in chi la vede, per sviluppare immaginario,
con quella “cosa” insondabile che si chiama arte. (La più bella
definizione? L’Arte è tutto ciò che gli uomini chiamano Arte!, nda).
Prendete
Nella
concatenazione delle immagini delle sculture che ha proposto in questo
dischetto
Non
è una mia forzatura, evidenzio solo quello che l’artista stesso dice
chiaramente, basta analizzare “parole ed opere” del dischetto, così
come l’ha egli stesso confezionato, ed io non ho alcuna voglia di
scompaginargli lo Schema, “il Grande Schema” di Zona, il suo gioco
auto-critico. Avviamoci dunque per questo “tour” in Zona, annotando
delle schede/appunti che vogliono
sfuggire le secche dell’opera finita per sempre;
restano, le osservazioni che seguono, un brogliaccio (spero non un
imbrogliaccio), un luogo temporaneo, una rubrica, un diario, che rimane pur
sempre la mia forma preferita per scrivere, per far Critica, esegèsi, per far
“Storia dell’intensità” applicata.
4. La prima opera dal titolo,
“Corrosione …. il cuore”, marmo di
Carrara, diam. cm. 35, evidenzia, “mette in
scena”, un tema tipico del Nostro: la scultura/quadro, “piatta”
ed efficace come un segnale stradale, circolare, con “buco”
centrale, tagliata come fosse una fetta di formaggio svizzero nella quale
s’evidenzia il conflitto duro/morbido, sacro/profano, ostia divina/pane
degli uomini, geometria/malia: la perfezione del cerchio pare
infatti intaccata da un agente maligno che corrode la candida superficie
del marmo, simile ad un acido gettato ad arte su un disco di polistirolo.
C’è in Zona qualcosa che lo collega ad un immaginario perversamente
cinematografico, da film horror, traslato e cristallizzato poi sulla pellicola
della sua materia plastica preferita. Al centro dell’opera il Nostro pone
la sagoma del cuore, con un’esplosione
che ha creato “il grande buco”, volendo forse riferirsi ad una
geometria senza più cuore, propria ad un immaginario scientifico non
controllabile dalle “antiche” culture. L’arte, critica
compresa, lavora per associazioni, si sa, le mie & quelle
dell’artista, e le vostre che ci (e lo) leggete.
5.
Terza opera. Titolo, “Lo schema non ci lascia volare”, bardiglio,
altezza cm. 110; è questa scultura la più vicina a quelle della gran mostra di
Cremona, centrata sulla paura di rimanere impigliato nella rete del Sistema,
del “Grande Schema”. E’ questo un tuttotondo prendibile con
un sol sguardo, da un sol punto di vista prospettico, frontale. Si tratta di un blocco cilindrico che genera un insieme di cubi e
parallelepipedi irregolari, tra loro sovrapposti, dai quali
“sbocciano” uccelli in volo che però, qui il punto, hanno
difficoltà a partire, legati come sono alla materia, alla geometria
stereometrica, autoritratto di Zona e della sua condizione esistenziale, come
sopra detto (“…. un mondo di
relazioni nel quale tutti siamo impigliati…. da
qui, da quest’esigenza di ‘uscire’ dalla materia sociale, e
non solo da essa, il tema del volo, degli uccelli liberi…”, aveva
detto, ricordate?).
E’
questa, peraltro, un’opera curiosamente molto attuale, da cronaca, con il
virus patogeno dei volatili che incombe sull’Europa opulenta (e lenta);
l’influenza Aviaria che dai polli si è propagata alle altre specie di
uccelli, colle mutazioni da virus, la paura dell’epidemia, del contagio,
delle nuove patologie senza vaccino, … mistero, pericolo, uccellacci ed uccellini cinematografici, uccelli di Alfred Hitchock, “gialli”! Siamo, quindi, in
“Zona pericolosa e contagiosa”, al limite dell’apocalisse, ma
anche in “Zona tipica”: in effetti nelle
opere plastiche del Nostro, apparentemente “tradizionali” e
tranquille (anche perché Zona non si presenta affatto trasgressivo e provocatorio),
c’è dentro un virus che insidia la tranquilla casa borghese nella quale
entrano, come in “Teorema”, film di Pasolini; nelle sculture
di Zona c’è sempre un allarme
interno ed interiore, sculture allarmate, forse sacrificali, fatte per esorcizzare
tutto lo spazio del pericolo “pennuto”: dal volo del pollo al volo
pindarico.
6.
Quarta opera: Titolo, “Lo schema, primo equilibrio precario”,
pietra serena, h. cm. 60. Incontriamo qui un altro elemento tipico delle
sculture di Zona, l’instabilità ed lo sbilanciamento. Quest’opera è
costruita similmente a una figura di Grosz, colla
base acuminata e tagliente, simile a una lama di un’arma preistorica
arrivata fino a noi e posta dall’artista come appiglio, scoglio di un
naufrago; o forse ancora, data la nota sensibilità ambientale delle sculture di
Zona (Zona ambiente) mi pare come un paese-presepio del Sud cresciuto per
incanto sopra una roccia, su in cima alla montagna, scultura-paese, complemento
artificiale della natura, “appollaiata” sui monti: ecco ancora i
polli, sul qual masso/scheggia primitivo e primario! Fuggiamo,
il Virus di Zona!
7.
Andiamo, proseguendo nel nostro tour, nella nostra “visita
guidata”, Zona guida, alla quinta opera. Titolo,
“Lo schema …. quarto equilibrio
precario”, altezza
8.
Sesta Opera: Titolo, “Nero è lo schema”, pietra Vesuvio,
9.
Settima opera: Titolo, “Verticalità scomposta”, pietra Vesuvio,
altezza
10. Ottava Opera, titolo: “Corrosione
….
la torre”, marmo Carrara, altezza
Il
pensiero va, è ovvio, al fatale impatto “di civiltà” sulle
“due torri” di New York; va all’11 settembre, tema plastico
(e di cronaca) che Zona aveva già trattato nella mostra di Cremona, (anche qui
il cinema, Zona cinematografica, terza dimensione sonora, effetto dolby, il
pericolo viene sempre dal cielo dove sta, per tradizione, Dio e il Sacro):
l’inquadramento nel golfo di Napoli mi fa andare colla mente alla terribile gag popolare
che vede un boss malavitoso napoletano telefonare, dopo l’epocale crollo,
a Bin Laden e gli dice: “Ma che avete fatto?, io per “Due
torri” intendevo Torre del Greco e Torre Annunziata, mica quelle di New
York!” Dico questo, sia per rendere la nostra schedatura-tour più
colloquiale, ma anche perché mi pare che portare il conflitto globale, nel
quale siamo oggi tutti immersi, su una dimensione vicina alla nostra vita
quotidiana, perfino dialettale e locale, può (se sorvegliato), non essere fatto
provinciale, ma capacità di introiettare la catastrofe quotidiana, di far meticciato, tra alto e “basso”; capacità di
“addentare” il moderno e il post, che talvolta coincide col poster,
per digerirlo, per quanto possa essere indigesto e possa rimanere sullo stomaco;
e Zona colla sua scelta di soggetti lo testimonia nelle sue opere, che io trovo
talvolta ironiche.
11. Nona opera, Titolo: “Corrosione
….
il tempo”, marmo Carrara, lato
12. Decimo.
“Corrosione … la terra”, cubo lato
13.
Undicesima “Secondo equilibrio precario”, h.
Una qualità di Zona è quella di concentrasi su temi fissi,
ripetitivi, ossessivi, com’è stato per i grandi artisti: si può fare
qualcosa di completamente nuovo all’interno di un tema ripetitivo,
utilizzando quel tema che si è scelto: la figura distesa di Moore, cavallo e
cavaliere di Marino Marini, le mele di Cezanne, ad esempio, tanto per dire di
qualche “minore”, sic.
14. Dodicesima: “Lo schema
crocifisso”, marmo di Carrara: questa è una scultura preziosa, di piccole
dimensioni, posta in “Zona sacra”, come un tabernacolo, assoluta,
intensa, profonda, intima, solitaria. La scultura di Zona è sacra in sé,
l’abbiamo detto e ripetuto, è un aspetto già colto nel precedente scritto
“di Cremona”, ma ora questa tematica “religiosa”,
spirituale, s’è fatta più chiara ed evidente, come in quest’opera. La scultura
come preghiera, come testo di una preghiera, come contatto col cielo, come
concentrazione assoluta e isolamento plastico verso l’interrogativo
estremo; per questo l’arte plastica è una via privilegiata verso il
sacro, è comunicazione diversa. Per questo l’arte è sacra in sé, è volume
che perde corpo, perde la propria consistenza.
“L’arte
religiosa è diversa dall’arte secolare”, diceva Moore; “la
Vergine col bambino deve avere una nobiltà, una distanza ieratica, che non
c’è nella madre con bambino laica, quotidiana”. D’altrocanto Dio si fece uomo, così
come l’arte si fece comunicazione. L’aspetto simbolico e rappresentativo
coincide quindi con quello “presentativo”,
come in questo caso. Come Cristo, come la fede profonda, l’arte dev’essere interrogativa e nascondere in sé qualcosa
che non appaia a prima vista,… non è manifesta
ad uno sguardo veloce, altrimenti sarebbe solo un poster appeso in un bus o,
peggio, un santino devozionale in una chiesa di campagna. L’arte non è
devozione, n’è ri/mozione, n’è distrazione, ma concentrazione individuale, quella cosa
ineffabile che unisce l’arte e la religione, il sacerdote e l’artista.
Così sia!
15.
Ecco, ci fermiamo qui, siamo arrivati al centro assoluto, a Gesù Cristo, allo “Schema
crocifisso”: la messa è finita, il tour è finito, andate in pace! Le
altre cinque opere ve le fate da voi, miei cari lettori, utile esercizio, mi
pare. Altrimenti diventate degli “assistiti”, e già c’è tanta
assistenza e poco mercato in Italia, e la scultura soffre perché si vende poco,
“mobili” ed immateriali qual siamo diventati.
Alla
prossima mostra di Zona, scultore sacro!
Eduardo Alamaro