Gli spazi-forma degli interrogativi
L’humus è mediterraneo, gli innesti sono di assimilazione
di una scultura di convergenze ideali che tutte concorrono alla resa
plastico-luministica nella quale si evidenziano gli elementi della spazialità,
della fervida creatività e le istanze psicologiche.
Si determina così il gioco ambiguo tra la necessità di
verificare “allo specchio” una crisi e l’astuzia della psiche che sfugge al
coinvolgimento e propone, estraneo a sé, il proprio dolore.
Un transfert che la scultura attuale spesso realizza tra i
suoi ritrovati esplorativi.
Zona prima di approdare allo spazio-forma
,come avvenimento di fascino e di assolutezza, affronta per lungo tempo
il problema di una resa plastico-espressiva
di tipologia e di rivisitazione d’epoca. Lo affascina la creta che
consente un discorso stimolante, che si presta alla riformulazione di un
concetto, di una idea inseguita nella manipolazione
significante. Il modello del pastore presepiale
settecentesco, reso felicemente negli anni settanta, e i nuovi personaggi presepiali ideati in una espressione
rapida e significativa dei primissimi anni ottanta, sono sullo stesso piano delle
astrazioni plastiche che investigano la geometria e gli spessori della creta
nella quale arditi tagli sfidano la luce, antica e sempre nuova, e nella
essenzialità hanno memoria primitiva, emblematica, facile lettura: l’insieme è
suggestivo, perché non si configurano elementi di predominanza. Queste sculture
sapide, essenziali nella tensione plastica, giocate sui ritmi spazio-temporali , sono interessanti per la loro fisionomia oggettiva e per
l’inganno all’attrazione che non le ravvisa note e naturali, ma le avverte
enigmi della fisicità elementare.
Il gioco delle situazioni inventate si estende allo spazio
della scultura più vera, quella che sottrae alla materia il superfluo e vi
inventa soluzioni formali e spaziali nell’arco che raccorda istinto visionario,
sensuale e geometrie ideali.
Zona si serve dei materiali canonici della scultura per
alludere, trasformare, liberare, trovare nelle pieghe, simboleggiare, dire un
sentimento in complicate metafore, placare una irruenza
caratteriale che, nel colloquio con la pietra granitica, la lava, il tufo, il
candido marmo di Carrara, parla e giustifica parole perdute e ostinati silenzi.
Zona scolpisce la coscienza di una vicissitudine, il
groviglio dei pensieri, l’identità che viene travolta nelle evoluzioni degli
eventi quotidiani.
Il doppio allo specchio, gli affioramenti, le pensose
esigenze sempre trovano la soluzione di una crisi nelle significazioni
dell’arte che però argomenta, a modo suo, la traducibilità delle azioni e ne fa
allegorie o metafore.
Difficilmente vedrei il sorriso superiore, l’ironia
surreale, nelle sculture di Zona che, invece, diventa primitivo e ribelle
quando propone, nella evoluzione degli spazi
interferenti, l’inserimento o l’epifania, l’apparizione improvvisa del dato
umano che nel corso naturale è travolto dall’ineluttabile. Così egli precisa un
avvertimento nel quale si preannuncia un intervento che riformula ciò che
accade o sta per accadere . Per questa ragione
preferisco parlare di confessioni essenzializzate e mitigate, fatte allegorie e
messe alla distanza, per verificarle come possibilità lontane solitudini
altrove, monumenti nel deserto, magari del pensiero che ha tregua nell’attività
del sogno. Preferisco parlare di sculture che conglobano diversi valori e ne
rendono il senso d’impatto nella vocazione monumentale dell’opera, quale che
sia il materiale preferito, utilizzato.
Prendiamo in esame il piperno “Le foglie nere”
Ci accorgiamo subito che l’artista ha liberato dalla pietra
di fuoco un moto di foglie che vibrano come lingue vive, s’avvolgono ad onda e
si sormontano in groviglio di luci e spessori, memori di altre energie che si
modularono feroci e si sigillarono nella stasi della pietra.
L’inconscio fa avvertire più profondamente quel contrasto
che attira il senso visivo come il senso tattile nell’alternarsi di scabro e
levigato. Evoluzioni di moti spaziali , coinvolti in
geometrie e pieghe allusive a secoli nei quali il marmo esaltava appunto volute
e panneggi , si trovano in “Sogno” dove il candore luminoso del materiale si evolve
in tagli e inserimenti di spazi sagomati e si appoggia a geometrie che
s-bilanciano situazioni di memoria , di ri-percorsi sperimentati, sedimentati
alle soglie di chissà quali, e chissà dove, misteri, interiorità, domande, vive
emozioni. Esse interrogano lo spettatore e hanno un fraseggio di forte poesia
espressiva.
Una cosa è certa : l’arte di Zona
non è enfatica : la pulizia dell’opera è priva di ridondanze, la linea corre
libera, i moti si “frenano” agli innesti con la salda emotività e talvolta addirittura
con una dose di concreta solennità.
Quando poi lo spazio investigato trova nella determinazione
del ferro le sue salde scansioni dell’immaginario e la consistenza delle
strutture serve solo per denunciare un dato storico, che il tempo e la mano
dell’uomo hanno condizionato, allora c’è il senso di ciò che, solitario si
staglia nel deserto: c’è la consapevolezza del limita
dei congegni esausti , di tagli, abrasioni , grumi di saldature, squarci,
innesti, condizionamenti che sono realtà del nostro tempo.
Il marmo è sogno e memoria, è evoluzione di vita vegetale,
è vita che, scarnita e lucidissima, si apre alla luce del fantasticare.
Il bronzo è resa di dimensione storico-psicologica.
Il carattere decisamente animato da forti tensioni, i
pensieri che si sommano alle fantasie, una progettualità che non si concede
pause e che non trova libertà fuori dall’arte , rendono
quindi Zona esperto della vita tra tante energie che egli avverte , determina,
immagina.
Egli è un pensatore di suggestioni e intanto l’antico
richiamo del formatore plastico occhieggia allusivo qua e là e propone una vaga
nostalgia, una consapevolezza di storia e radici. Soprattutto ha necessità di
“verificare” alla luce una somma di eventi che solo nella materia scolpita
chiariscono condizionamenti e malinconie : per
Angelo Calabrese