Gli spazi-forma degli interrogativi

 

 

L’humus è mediterraneo, gli innesti sono di assimilazione di una scultura di convergenze ideali che tutte concorrono alla resa plastico-luministica nella quale si evidenziano gli elementi della spazialità, della fervida creatività e le istanze psicologiche.

Patrizio Zona aggredisce la materia e la scruta in un lessico in cui s’intrecciano piani spaziali e figure fino a farsi soglia di una drammaticità che è presente, ma che è anche situazione mentale di distanza, d’intuizione, di solitudine, di attraversamento di una storia che, anche essendo nostra, non ci appartiene.

Si determina così il gioco ambiguo tra la necessità di verificare “allo specchio” una crisi e l’astuzia della psiche che sfugge al coinvolgimento e propone, estraneo a sé, il proprio dolore.

Un transfert che la scultura attuale spesso realizza tra i suoi ritrovati esplorativi.

Zona prima di approdare allo spazio-forma ,come avvenimento di fascino e di assolutezza, affronta per lungo tempo il problema di una resa plastico-espressiva  di tipologia e di rivisitazione d’epoca. Lo affascina la creta che consente un discorso stimolante, che si presta alla riformulazione di un concetto, di una idea inseguita nella manipolazione significante. Il modello del pastore presepiale settecentesco, reso felicemente negli anni settanta, e i nuovi personaggi presepiali ideati in una espressione rapida e significativa dei primissimi anni ottanta, sono sullo stesso piano delle astrazioni plastiche che investigano la geometria e gli spessori della creta nella quale arditi tagli sfidano la luce, antica e sempre nuova, e nella essenzialità hanno memoria primitiva, emblematica, facile lettura: l’insieme è suggestivo, perché non si configurano elementi di predominanza. Queste sculture sapide, essenziali nella tensione plastica, giocate sui ritmi spazio-temporali , sono interessanti per la loro fisionomia oggettiva e per l’inganno all’attrazione che non le ravvisa note e naturali, ma le avverte enigmi della fisicità elementare.

Il gioco delle situazioni inventate si estende allo spazio della scultura più vera, quella che sottrae alla materia il superfluo e vi inventa soluzioni formali e spaziali nell’arco che raccorda istinto visionario, sensuale e geometrie ideali.

Zona si serve dei materiali canonici della scultura per alludere, trasformare, liberare, trovare nelle pieghe, simboleggiare, dire un sentimento in complicate metafore, placare una irruenza caratteriale che, nel colloquio con la pietra granitica, la lava, il tufo, il candido marmo di Carrara, parla e giustifica parole perdute e ostinati silenzi.

Zona scolpisce la coscienza di una vicissitudine, il groviglio dei pensieri, l’identità che viene travolta nelle evoluzioni degli eventi quotidiani.

Il doppio allo specchio, gli affioramenti, le pensose esigenze sempre trovano la soluzione di una crisi nelle significazioni dell’arte che però argomenta, a modo suo, la traducibilità delle azioni e ne fa allegorie o metafore.

Difficilmente vedrei il sorriso superiore, l’ironia surreale, nelle sculture di Zona che, invece, diventa primitivo e ribelle quando propone, nella evoluzione degli spazi interferenti, l’inserimento o l’epifania, l’apparizione improvvisa del dato umano che nel corso naturale è travolto dall’ineluttabile. Così egli precisa un avvertimento nel quale si preannuncia un intervento che riformula ciò che accade o sta per accadere . Per questa ragione preferisco parlare di confessioni essenzializzate e mitigate, fatte allegorie e messe alla distanza, per verificarle come possibilità lontane solitudini altrove, monumenti nel deserto, magari del pensiero che ha tregua nell’attività del sogno. Preferisco parlare di sculture che conglobano diversi valori e ne rendono il senso d’impatto nella vocazione monumentale dell’opera, quale che sia il materiale preferito, utilizzato.

Prendiamo in esame il piperno “Le foglie nere

Ci accorgiamo subito che l’artista ha liberato dalla pietra di fuoco un moto di foglie che vibrano come lingue vive, s’avvolgono ad onda e si sormontano in groviglio di luci e spessori, memori di altre energie che si modularono feroci e si sigillarono nella stasi della pietra.

L’inconscio fa avvertire più profondamente quel contrasto che attira il senso visivo come il senso tattile nell’alternarsi di scabro e levigato. Evoluzioni di moti spaziali , coinvolti in geometrie e pieghe allusive a secoli nei quali il marmo esaltava appunto volute e panneggi , si trovano in “Sogno” dove il candore luminoso del materiale si evolve in tagli e inserimenti di spazi sagomati e si appoggia a geometrie che s-bilanciano situazioni di memoria , di ri-percorsi sperimentati, sedimentati alle soglie di chissà quali, e chissà dove, misteri, interiorità, domande, vive emozioni. Esse interrogano lo spettatore e hanno un fraseggio di forte poesia espressiva.

Una cosa è certa : l’arte di Zona non è enfatica : la pulizia dell’opera è priva di ridondanze, la linea corre libera, i moti si “frenano” agli innesti con la salda emotività e talvolta addirittura con una dose di concreta solennità.

Quando poi lo spazio investigato trova nella determinazione del ferro le sue salde scansioni dell’immaginario e la consistenza delle strutture serve solo per denunciare un dato storico, che il tempo e la mano dell’uomo hanno condizionato, allora c’è il senso di ciò che, solitario si staglia nel deserto: c’è la consapevolezza del limita dei congegni esausti , di tagli, abrasioni , grumi di saldature, squarci, innesti, condizionamenti che sono realtà del nostro tempo. Patrizio Zona si serve di vie trasversali per chiarirsi alla luce delle sue opere, interpretate appunto a seconda dei materiali utilizzati.

Il marmo è sogno e memoria, è evoluzione di vita vegetale, è vita che, scarnita e lucidissima, si apre alla luce del fantasticare.

Il bronzo è resa di dimensione storico-psicologica.

Il carattere decisamente animato da forti tensioni, i pensieri che si sommano alle fantasie, una progettualità che non si concede pause e che non trova libertà fuori dall’arte , rendono quindi Zona esperto della vita tra tante energie che egli avverte , determina, immagina.

Egli è un pensatore di suggestioni e intanto l’antico richiamo del formatore plastico occhieggia allusivo qua e là e propone una vaga nostalgia, una consapevolezza di storia e radici. Soprattutto ha necessità di “verificare” alla luce una somma di eventi che solo nella materia scolpita chiariscono condizionamenti e malinconie : per Zona la memoria è pervasa dal brivido del provvisorio : spazio e tempo sono scansioni sottese nella materia compatta ; la mano che investiga trova, tangibili, le fattezze degli eterni interrogativi.

 

Angelo Calabrese