Patrizio Zona ama le forme in fieri: la loro “qualità” che si evidenzia nello sviluppo dell’immagine che “diviene” intanto,per impulsi energetici, istintivamente verticali e , senza mai proporsi corpus definitivo,è identificabile anche come metafora nell’epifania che si libera dal blocco materico.

Da un condensato di energia, dal blocco della pietra scelta, oserei dire, per attrattiva corrispondenza, perché quelle luci, quella consistenza, quella tensione individuata nella struttura, rispondono all’innesto ascensionale, così come inventato nell’ideazione,si innesta, lo ribadisco, il processo creativo che non rinuncia ai riferimenti geometrici ,anzi, proprio in quelli interferisce, esige fori, tagli, finestre, interpolazioni per giocare tra situazioni evidenti e percorsi celati negli attraversamenti.

I passaggi risultano pertanto meditatamente obbligati : l’informe, la razionalità geometrica,il sentimento che si eleva negli interrogativi e nelle testimonianze della spiritualità con tutta la loro vocazione sacrale alla monumentalità.

Le pietre che Zona preferisce sono sempre quelle  che hanno dentro luci calde, anche dove lo scabro esige d’essere eloquente, e quelle che si lasciano accarezzare dalla luce cui propongono la dolcezza cristallina della superficie articolata per piani sempre diversificati tra rilievi e rientranze, tagli che interrompono il rigore degli spigoli e precisano eventi suggestivi per una fruizione a tutto tondo.

Un serio impegno che costruisce l’opera d’arte coniugando razionalità creativa e meditato sentire, garantisce il discorso della scultura come disciplina che comunica valore e, intanto, rispetta quelle coordinate spazio-temporali che rispecchiano la realtà delle cose.

Patrizio Zona scolpisce e modella senza perdere di vista che negli accordi plastici l’intensità non è significata dalla esorbitanza, bensì , dalla consapevolezza che l’opera è indicativa di senso a  misura dei suoi equilibri compositivi.

Il segreto di questa chiarificazione consapevole si riscontra nelle microsculture, vibranti tra ri-costruzione di un mondo memoriale e una gentile malinconia, che si legge quasi presagio che si disperda nel non senso, la bellezza tipologica che si precisa da un incontro con un brano d’umanità o di natura animale o vegetale.

Quella sapienza plastica che rispecchia un colloquio intimo con l’emergere alla luce di una tensione emotiva, che ha il volto di una fanciulla che sorride e spera, di una donna pensosa del suo ruolo, di un uomo che diventa pensiero che lo sguardo perduto in lontananza insegue, è forte garanzia per la ricerca che si raffina investigando nella pietra.

Meritano un discorso a parte le sculture in creta che si arricchiscono di fantasia, di esuberanze che hanno memoria di passioni barocche, perché vorrebbero globalizzare mille avventure in unicità di visione, come quella che solo abili mani e forti emozioni trasferite nel modellato sanno proporre rappresentando una stagione dell’anno e della vita.

La scultura di Zona è eloquente, monumentale, solenne : sono queste le coordinate ineludibili se si vuole far poesia ispirandosi concretamente all’accettazione dolorosa di una solarità materna, che si interroga senza risposta sulla fertilità negata, o ad un evento di grande rilievo sociale, che tutti coinvolge nelle strade dei giorni comuni.

Quando la scultura è storia di una vita, di un sentimento, di un grumo di pensiero che si ritrova in sintonia  nell’andare verso la verità progettuale, dice inequivocabilmente quel fatto. D’impatto ho inteso infatti che l’opera che merita il titolo di “ Insieme “ ritrovava i percorsi di una volontà tenace , testimoniata dall’amore che rende solidale la coppia in tutte le comuni conquiste e realizzazioni.

C’è nell’opera l’essenza tetragona, la “scoperta” dell’interiorità, lo slancio che accomuna nelle aspirazioni, la conquista, la gioia di nuove prospettive alle quali non rinuncia l’abbraccio fedele: è la speranza.

Zona prospetta nel contenitore dell’esistenza ciò che all’uomo appartiene e nel nostro recentissimo incontro ho ammirato un cubo di creta orientato in maniera tale che vi si potesse leggere dentro per incontrarvi i contenuti.

Forse quell’opera si intitolerà “ mio padre” , un ricordo di cose di appartenenza che fanno memoria, che ridicono i giorni d’impegno e di felicità , di percezioni misteriose, di colloqui perduti. Noi siamo anche le cose che ci sono organiche e saremo ricordati certo per quelle predilette, caratterizzanti scelte e motivi muti o palesi.

Tra quegli emblemi e simboli lo scultore ri-trova gesti ed abitudini paterne: tra quegli oggetti, nel contenitore che bene rappresenta l’uomo con la regola di eticità, chissà noi fruitori quanti altri volti sapremo trovare, dando testimonianza d’esserci nella continuità e nel progetto

 

Angelo Calabrese