Da sempre sento l’esigenza di rendere il laboratorio espressivo sempre più vivo, legato ad una realtà naturale e artistica, dove lo studente possa cogliere direttamente, attraverso l’esperienza percettiva , stimoli e suggestioni e, successivamente , elaborare, tradurre, immaginare, creare…

Il rapporto con il mondo artistico, fino ad oggi , è avvenuto prevalentemente tramite il museo, il percorso nel centro storico, l’esposizione pubblica. C’è però una realtà artistica diversa, meno ufficiale, forse più vitale, fervida di fermenti: quella delle gallerie d’arte private, trampolino di lancio dell’artista, tappa obbligata per proporsi alla critica e al pubblico, all’ambiente collezionistico ed amatoriale.

Proprio in galleria, nel novembre dell’anno scorso ho incontrato Patrizio Zona, scultore di matrice popolare partenopea, che viene dalla tradizione del “fare” : è stato uno di quegli incontri – non so quanto casuali – che fanno maturare un’idea ,configurarsi in un flash , la visione di una possibile avventura con la classe.

Le sculture di Zona, non completamente figurative , ricche di elementi antropomorfici e di spunti naturalistici , mai scontate nel proporre soluzioni formali inaspettate , hanno costituito un significativo campo di esperienza per l’esplorazione percettiva, consentendo un “itinerario” di sensazioni ed emozioni. Sicchè il solco, la piega, la sporgenza e la cavità sono diventati , nell’immaginario dell’adolescente , riferimenti reali, personalizzati secondo la propria esperienza: caverna, buco nero, rifugio, sosta, appiglio, parete invalicabile su cui proiettare via via , visioni interiori, rispecchiare paure , riconoscere limiti o confini.

Durante il gioco tattile, che è una delle esperienze primordiali, non mediata perciò da stereotipi e convenzioni visive , i ragazzi hanno potuto cogliere, delle forme , più che i significati profondi o il messaggio artistico, ciò che era loro più congeniale: il piacere del calore o il brivido del freddo, il dispiegarsi delle superfici o il succedersi dei volumi, e forse la poesia, l’energia che si libera dalla materia.

Fatto proprio il moto nascente della pietra o del marmo, non è stato difficile continuare il gioco o il sogno trasferendolo sul proprio corpo, creando interessanti motivi gestuali che, tessuti , hanno dato luogo ad una piccola performance.

Sculture viventi animeranno la galleria, sostituendosi, nuove presenze, alla traccia ideale, disegnata nello spazio dalle sculture originali.

Le immagini, i gesti, i suoni prodotti non sono necessariamente belli, ma lo è il “fare” che ha accompagnato questa esperienza, vivificandola e riaffermandone la realtà.

Non si è cercato di rappresentare l’oggetto scultura ma le sue peculiarità percettive , come la suggestione della linea, l’ondulazione dei piani o il mistero dell’offrirsi alla luce e dell’addensarsi dell’ombra negli anfratti o, ancora, l’incanto del “suono” amplificato delle dita che percorrono la superficie levigata o incontrano la resistenza di un solco nella materia scabra.

Si è tentato di realizzare il compito – non facile – di un viaggio attraverso la quarta dimensione, dove il tempo della percezione svolge un ruolo fondamentale nel tradurre immagini e significati, diversi da individuo a individuo, come in una “giostra” di tanti singoli mondi che si aprono, senza pudori , opachi e sfocati, ai nostri occhi.

 

Paola Barbicinti ( Genova)