LO STILE DELLA COMPLETEZZA

 

di Paolo Levi

 

Patrizio Zona appartiene a quella generazione di scultori che, nell’imperversare della sperimentazione concettuale, non hanno abiurato la ricerca plastica informale. È importante fissare subito questo dato della sua biografia, perché è proprio da qui che prende carattere e fisionomia tutta la sua ricerca. Gli fa onore la fedeltà alla forma nella sua costante mutazione: partendo dalla materia – che in questa occasione espositiva è il marmo – nascono temi in costante crescita etica ed estetica, che si riflettono nei titoli esplicitamente sintetici e conclusivi. Zona, come altri suoi coetanei, ha reagito alla sirena che ha portato, e porta tuttora, non pochi artisti a sperimentare materiali insoliti e mezzi espressivi spesso deludenti. Si tratta quindi, per lui, di opporre ai trofei dell’avanguardia sperimentale la veemenza di una ricerca di alta maestrìa, di ritornare alla forma plastica come valore affermativo ed emblematico di un costrutto geometrico e come magica rivelazione dello spazio circostante.

Patrizio Zona non è uno sperimentatore che dialoga solo con se stesso e la materia, ma un ricercatore mirato, il cui lavoro esce dal soggettivismo per giungere a un’esperienza plastica che, partendo dalla linea–forza boccioniana, approda alla sintesi di un Lucio Fontana.

È su questa direttrice dunque che l’artista si muove, ascoltando i sottili richiami e seguendo le suggestioni del marmo sin da quando è ancora allo stato grezzo. Non è difficile infatti accorgersi di quanto, all’interno del suo percorso - che ha modi espressivi del tutto inediti e squisitamente informali - appaia una costante coerenza formale e contenutistica, dove egli esprime la propria sigla poetica.

Zona non è mai stato uno scultore di espressività aggressive. Al contrario, le sue ricerche plastiche – penso soprattutto a queste più recenti - sono sempre state il risultato di una notevole misura intellettuale. Nel momento attuale di ormai piena maturità stilistica egli è portato, necessariamente e giustamente, a rivelarsi attraverso forme pulitissime come quelle appartenenti ai cicli di “Corrosione“ e di “Lo schema“, una serie di opere che annuncia la completezza del suo percorso. Guardando queste ultime volumetrie, ci si rende conto del valore di un approdo definitivo: tendendo al verticale e all’orizzontale, esse sono composite, asettiche e, nel contempo, di un’inquietudine appena trattenuta. Le superfici esaltano la nitidezza dei particolari; la cromia delle ombre del marmo e la sua pelle fredda emanano, paradossalmente, un senso di morbidezza e di calore. Le sensazioni perturbanti di queste recenti metamorfosi plastiche nulla tolgono al rigore della loro definizione formale. Scultore di contrasti, di contrappunti, di tagli e di ferite, ogni volta egli ci restituisce il senso ideale di un processo creativo, atto mai disgiunto da una spinta emotiva.

Questo particolare carattere del linguaggio di Zona si manifestava già con il ciclo – tutt’altro che di sapore primitivo – che porta il titolo, persino troppo essenziale, di “Totem”. Si vede con chiarezza come, sin da quel periodo, egli abbia sempre resistito alle seduzioni dell’intellettualismo. Piuttosto egli si è costantemente aperto alle forme dinamiche, alle strutture geometriche o alle lacerazioni che non generano certezze, ma reazioni contrastanti, e interrogazioni senza risposta.

Patrizio Zona mira alla perfezione come finalità morale, rivolgendosi all’eleganza della forma. Le sue costruzioni si rigenerano entro una sorta di fuga trattenuta verso l’esterno, riproducendo ogni volta un moto di pensiero plastico che si sviluppa in altrettante strutturazioni colme di purezza compositiva. Egli è quindi interprete autentico della classicità informale: da Lucio Fontana ha ereditato il senso inafferrabile e utopico – e per questo mai del tutto chiarito dallo stesso Fontana – del concetto spaziale.

Le lontane ascendenze museali del Novecento –connesse al particolare settore dell’Informale, e appartenenti in tutto per tutto a Patrizio Zona – non sono state una semplice influenza di gusto, bensì il ritrovamento di un legame ideale. L’incontro, quindi, con il concetto di tempo e di spazio, lo ha portato a scommettere sulla propria autonomia, seguendo una riflessione che si è sviluppata negli anni, ed evolvendo in fasi successive o, per meglio dire, lungo le stazioni di un percorso senza soluzioni di continuità. Questa concatenazione di scelte estetiche ha subito impulsi diversi, ma pur sempre riflessivi della fermezza e della costanza di chi sa sondare le potenzialità – inconoscibili a chi non è artista – della materia.

Nei suoi lavori più recenti Zona formula una sintesi fondata sul contrasto nelle superfici esterne e soprattutto sulla definitiva interiorizzazione di un paradigma formale. Quindi, tutti gli elementi e gli stimoli di una cultura internazionale hanno contribuito alla sua formazione artistica, convergendo nella creazione di forme immanenti, perfettamente armoniche, e rispondenti a una logica misterica, che rende conto di sé solo a se stessa: il laboratorio di questo scultore è un’officina di idee che diventano anime forti, tridimensionali, corpi di un bianco apollineo e squisitamente malinconici nella loro nettezza così apparentemente priva di sbavature emotive.

Patrizio Zona trasfigura l’essenzialità fredda dell’astrazione geometrica del marmo in un messaggio, la cui essenza appartiene a una memoria ancestrale.

Sono lavori che da un lato sono calamitati al suolo, ma che nel contempo evadono i vincoli del peso e del volume per sospingersi nello spazio. La magia del costrutto e la sapienza dell’intervento manuale aprono e chiudono lacerate geometrie monocromatiche, dove i singoli particolari disegnano una dialettica costante fra spirito apollineo e dionisiaco. Il suo colto ricercare, il suo modo di calarsi nella possibilità espressiva del materiale prescelto, sino alla coincidenza dell’immagine – struttura fisica programmata, non lasciata al caso – lo costringe sempre a dialogare con il vuoto che circonda l’opera. Così per lui l’informale consiste in una concretezza marcata, espressone plastica di un’immediatezza poetica che impone la sua presenza nello spazio.

In questi anni Patrizio Zona ha sempre operato a una realizzazione plastica capace di reggere il monologo interiore della sua poetica tramite una visione di equilibrio, e rispondendo a un’esigenza personale di esattezza. Nelle due saghe – perché di questo si tratta – “Lo schema” e “Corrosione”, egli evoca i motivi più profondi e remoti che gli giungono dall’inconscio, dove arcano e arcaico si corrispondono.

Con elementi emblematici di grande complessità formale, Patrizio Zona ha creato i suoi cicli di assoluto rigore costruttivista, accentuati anche dalla tipologia del taglio e della sbozzatura del marmo, che sembra acquistare una definitiva morbidezza e persino l’illusione ottica di trasparenze alabastrine. Sono forme che si disegnano nell’aria, con un ritmo sempre più ampio, che vanno interpretate come misura di un ordine astratto, in diretto accordo con gli spazi organizzati più tipici della vita contemporanea. In tale modo essi possono diventare parte di un’architettura cittadina, pur conservando la propria autonomia di immagine.

In una sorta di diario elegiaco Patrizio Zona ha innalzato la scultura a concreta appropriazione di uno spazio pulsante, in una sinfonia contemporanea di linee espressive che evocano la compiutezza sonora di una poesia ermetica.

 

 

                                                                                 Paolo Levi