Su richiesta di Tedide , Dea del mare, Vulcano preparava armi e scudi per Achille. Nell’eredità di tal spirito forgiastico , lavico e salsedinoso ,lo scultore Patrizio Zona , magro quanto intessuto di nervosità muscolare, ci appare già fisicamente come un sofferto sposo di quella dea afrodisiaca che è l’Arte, capace far di notare dalle isole pedonali del Vomero o giù a via Toledo, via Roma sfumature nelle donne dalle guance tirate sotto gli zigomi( alla Audrey Hepburm) denominandole sensibilmente guance emaciate di sofferenza.

Ed è allora che ci immaginiamo Zona a torso nudo, sudato, colpire con i polpastrelli la creta che diverrà bronzo per quelle trazioni estetiche che poi si conservano nelle sue opere, come in diverse altre dell’arte moderna, il divenire è indubbiamente la tematica del nuovo nell’incertezza dei tempi.

Ciò nonostante le opere di Zona tradiscono una scuola di tradizionalità e di conoscenza profonda. Ben mista ad una gioiosa fantasia, rara, autentico incantesimo sul lago verde dei giardini di Montecarlo, “Araba Fenice”, fra le grasse sculture di Botero, ci ricollega al senso magico delle fiabe ricordandoci ad occhio un cigno, mentre per “Grande volo per TintagelPatrizio Zona apre ancor più azzardatamene a suggestioni infinite. E’ un cerchio dorato che sembra volerci riportare ai riti celtici di Stonehnge , ma anche , guardandolo da altre angolazioni e prospettive, ad una luna angolare mediterranea, così come il dorato avvolgente sul bronzo ferruginoso è di quel solare adorato dai Saraceni.

Un senso angelico che ricorda codici mesopotamici. Non a caso la sua mostra a Cremona è stata titolata “Totem di libertà” riferendosi forse a quell’aria inglobata all’interno della scultura, ulteriore elemento scultoreo. Come un barocco trompe d’oeil dal vero : una finestra sul mondo aldilà di esso stesso. Vi è qualcosa infatti di freudiano e antifreudiano nella scelta della titolazione del vernissage a Cremona, così come qualcosa di giacomettiano e antigiacomettiano nella personalità di Zona.

L’artista elvetico Alberto Giacometti, considerato  a ragione un elemento di patristica per l’arte moderna, amante di scultori mutismi, amava realizzare figure filiformi a delle statuine artigianali nigeriane, rifacendosi appunto alle concezioni di divinità africane. Eppure in quelle opere Jean Paul Sartre volle riconoscere l’essenzialità dell’uomo salutando Giacometti come lo scultore dell’esistenzialismo.

Al  tempo stesso oggi le autorità cremonesi accorse alla mostra di Zona hanno voluto riconoscere nell’inventiva dell’artista un inno alla libertà e alla creatività dalla forza sconvolgente.

Una forza sconvolgente che forse non ben attecchisce con il panorama della realtà napoletana sebbene proprio dalla suggestività campana l’artista suo figlio pare maggiormente attingere. Con una città inquadrata dalla stampa come capitale dell’arte moderna grazie le preziose collaborazioni offerte da artisti internazionali , tra Metrò e Piazza del  Plebiscito, quali Rebecca Horn, Kapoor, Kounellis, Paladino, lìertista Patrizio Zona, complice il destino, non vive che un rapporto purtroppo sfuggente non trovandosi ancora decodificato da quelle forze più attente ad altri appuntamenti locali.

Per ammirare dal vivo le sue opere dovremo quindi continuare a viaggiare o altrimenti accontentarci di belle foto.

 

Vincenzo Irlante